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Il gioco: la vera chiave della nostra sopravvivenza in quanto specie sociale
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Il gioco: la vera chiave della nostra sopravvivenza in quanto specie sociale

📅 15 Giugno 2026 alle 08:43 ⏱️ 6 min di lettura ✍️ Elisa Saioni

L'articolo esplora sinteticamente alcuni contributi in chiave neuroscientifica ed evolutiva a sostegno dell'importanza che il gioco riveste per lo sviluppo umano e sociale. Conclude l'articolo un piccolo approfondimento sui giochi da tavola da una prospettiva neuropedagogica.

L’importanza del gioco per lo sviluppo umano è orami nota da tempo e sostenuta da numerosissimi contributi scientifici, siano essi di stampo pedagogico, filosofico, storico, sociologico, psicologico e neuroscientifico. 

Parafrasando lo psichiatra americano Stuart Brown (2009), il gioco è un'attività in grado di creare nuove connessioni neurali e favorire l'apprendimento, modificando schemi cognitivi in risposta agli stimoli ambientali, garantendo così il nostro adattamento; inoltre, assicura processi di neurogenesi - ovvero la creazione di nuove cellule neurali - e riserva cognitiva(1) in età adulta: alcune ricerche, infatti, dimostrano che il gioco fisico e altre forme di gioco prevengono il declino mentale nelle malattie neurovegetative, come le demenze, grazie alla stimolazione della neurogenesi.
Infine, il gioco è considerata una struttura sicura per scoprire e sviluppare capacità generalizzabili ad altri contesti di vita, in quanto ci permette di trasporci su un piano spazio-temporale 'altro' e sperimentare condizioni, regole, non altrimenti accettabili sia sul piano psicologico che su quello sociale.

Le competenze che entrano “in gioco” nel gioco sono molte, ma possiamo così riassumerle: 

  • Competenze cognitive: riguardano principalmente quelle capacità a carico della neocorteccia come problem solving, pianificazione e logica, aspetti cruciali per qualsiasi apprendimento; 
  • Competenze motorie: ci si riferisce ad abilità di coordinazione, equilibrio, mobilità, agilità e rappresentazione dello schema corporeo, necessarie alla creazione di un'efficace immagine di sé e alla base dei processi di lateralizzazione e dominanza emisferica, fondamentali per lo sviluppo di facoltà cognitive cosiddette superiori, come linguaggio e pensiero astratto; 
  • Competenze comportamentali: strategie di coping, ovvero la capacità di attuare degli schemi comportamentali appropriati e flessibili in risposta ai diversi stimoli ambientali, specialmente in condizioni di socialità; 
  • Competenze emotive: il gioco riveste un'importante funzione catartica e contribuisce a sviluppare l'intelligenza emotiva;
  • Competenze sociali: apprendimento e interiorizzazione di regole sociali, interazione sociale, relazione.
 
Rispetto a queste ultime, è stato dimostrato come proprio la componente sociale del gioco sia stata un fattore determinante per la nostra sopravvivenza come specie in quanto ha garantito la nostra esperienza di socializzazione. Sostiene questa prospettiva evolutiva il già citato psichiatra Stuart Brown, secondo il quale il gioco ha avuto un valore adattivo perché, offrendoci situazioni di socialità, ha assicurato la sopravvivenza ai nostri antenati al pari di altri bisogni fisiologici primari come il bere, il mangiare, il riprodursi ecc.: se così non fosse, l'eredità del gioco sarebbe stata eliminata attraverso la selezione naturale(2). 
Inoltre, è stato scoperto che per garantire che la socializzazione avvenga, non basta arricchire gli ambienti di giochi e giocattoli: quello che marca la differenza e che in termini di neuroplasticità garantisce una modifica strutturale del nostro cervello, è l’interazione con gli stimoli e l’interazione con gli altri. Possiamo citare a questo proposito una famosa ricerca della neuroscienziata Marian Diamond (quella che ha studiato il cervello di Albert Einstein per intenderci!) degli anni ‘60: ella scoprì che i ratti che stava analizzando diventavano più intelligenti e presentavano cervelli più grandi e complessi, rispetto a quelli del gruppo di controllo, perché i soggetti sperimentali interagivano tra di loro e con gli stimoli inseriti appositamente nell'ambiente. I risultati di questo esperimento ci lasciano intravedere
le enormi ripercussioni pedagogiche ed educative che il gioco e la socialità rivestono in età evolutiva e sicuramente i giochi da tavola rispondono a questa esigenza, dimostrandosi strumenti validi in grado di offrire vere e proprie esperienze di condivisione e apprendimento.
A questo proposito è lecito citare uno studio di Diamond, A. (2013) che analizza, da una parte, il ruolo rivestito dalle funzioni esecutive (3) - specialmente memoria di lavoro, controllo inibitorio e flessibilità cognitiva - nello sviluppo cerebrale e, soprattutto, come le attività ludiche, inclusi i giochi da tavolo, possano potenziarle; dall'altra, sottolinea come il gioco strutturato possa favorire la regolazione emotiva e sociale. 
Anche l’implementazione dei giochi da tavola in ambito scolastico è stata oggetto di studi: secondo le evidenze scientifiche, beneficia enormemente gli alunni, specialmente quelli provenienti da situazioni più svantaggiate. Ne è una testimonianza una recente ricerca spagnola, pubblicata nel 2023, tra le altre, che mette in risalto come, rispetto ad un gruppo di controllo, 99 bambini di una scuola rurale, sottoposti ad un training di gioco di 12 sessioni per 6 settimane, con lo scopo di migliorare le proprie prestazioni cognitive e accademiche, abbiano migliorato effettivamente ed in modo significativo flessibilità e abilità di calcolo. La ricerca ha sottolineato che i giochi da tavolo favoriscono un apprendimento attivo e motivante, facilitando l’interazione sociale e la partecipazione degli studenti, aspetti particolarmente importanti in contesti rurali, dove le risorse educative possono essere limitate. 

In un'epoca in cui l'uso del digitale e le conseguenze di isolamento ad esso associate preoccupano professionisti e famiglie, credo sia di fondamentale importanza riportare alla ribalta il gioco e l'atto del giocare, un vero e proprio strumento in grado di restituire valore e qualità all'interazione umana e ai processi evolutivi, capace di bypassare tempi e culture, da sempre.




NOTE:
(1) Con questo termine ci si riferisce al processo attivo che il nostro cervello mette in atto nel momento in cui insorgono patologie e/o danni cerebrali che minano il suo corretto funzionamento. Il cervello, infatti, cerca di compensare il danno cerebrale utilizzando altre “vie”, strategie cognitive o reti neuronali differenti. Possiamo pensare alla riserva cognitiva come un enorme contenitore che fa tesoro di tutte le esperienze cognitivamente stimolanti che abbiamo realizzato nella nostra vita.
(2) Il gioco nascerebbe addirittura prima della cultura, secondo il famoso storico Huizinga(2002): ne è una dimostrazione il fatto che anche gli animali giocano!  
(3)Con il termine “funzioni cognitive” intendiamo processi mentali necessari per la sopravvivenza come l’attenzione, la memoria, il linguaggio, l’orientamento. Le funzioni esecutive, nello specifico, sono un insieme di abilità mentali complesse che ci consentono di pianificare, organizzare, guidare le nostre azioni, riesaminare le informazioni, regolarizzare e valutare il comportamento necessario per adattarsi efficacemente all’ambiente, apprendere e raggiungere obiettivi. Esse sono, ad esempio, la memoria di lavoro, la pianificazione, il ragionamento, l’inibizione, la flessibilità cognitiva, l’aggiornamento dell’informazione ecc. 

BIBLIOGRAFIA:
- Brown, S. (2009), gioca! Come il gioco può formare la mente, aprire l’immaginazione e costruire la felicità, Ultra Lit Edizioni Srl:Roma 
- Diamond, A. (2013). "Executive functions." Annual Review of Psychology, 64, 135-168 
- Vita-Barrull, N. et al. (2023),Board game-based intervention to improve executive functions and academic skills in rural schools: A randomized controlled trial,Trends in Neuroscience and Education, 33,100216, ISSN 2211-9493, https://doi.org/10.1016/j.tine.2023.100216.
- Huizinga, J. (2002). Homo ludens, Einaudi

Questo contenuto è firmato da Elisa Saioni

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Chi ha creato questo contenuto

Elisa Saioni

Pedagogista specialista in Neuropedagogia

Palestrina, Lazio

Ciao! Mi chiamo Elisa, sono un'Educatrice e una Pedagogista, specialista in Neuropedagogia. Mi considero una persona estremamente curiosa, con un debole per il gioco (in ogni sua forma!), la lettura, la musica, il cinema, la natura, i gatti, i viaggi e il buon cibo! Durante la formazione accademica ho collezionato esperienze internazionali di studio e ricerca in diversi settori delle Scienze dell'Educazione, che spaziano dallo sviluppo della cognizione matematica nella prima infanzia alle necessità educative speciali, alla partecipazione infantile. Da sempre appassionata di apprendimento, crescita e relazioni, ho avuto l'opportunità di cimentarmi in divese esperienze lavorative in ambito pedagogico, che mi hanno portata, ad oggi, ad occuparmi di consulenze e supervisione pedagogica - principalmente per famiglie e scuole - formazione per adulti, neurodivergenze, potenziamento e tutoraggio degli apprendimenti, cittadinanza attiva e partecipazione infantile all'interno del progetto internazionale "La città dei bambini" del noto pedagogista Francesco Tonucci. Le mie passioni e le mie conoscenze arricchiscono i laboratori esperienziali e le formazioni che propongo a bambini, giovani e adulti, vere e proprie occasioni di socializzazione e apprendimenti, soprattutto per me! Mi piace il lavoro in rete e "credo negli esseri umani" - cit, tanto da aver attribuito il nome "Seres" al mio progetto lavorativo: si tratta di un palindromo che nella lingua spagnola, a me molto cara, significa "Esseri", che sono appunto i veri protagonisti del mio agire pedagogico. Grazie per avermi letto, spero di conoscerti presto!

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